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Diario di Santa Faustina
Omelie
 
Dell’Evangelista della Misericordia, Luca, è stato ascoltato il racconto della Passione di Cristo. Luca dà un tremendo avvertimento “questa è l’ora vostra e la potenza delle tenebre” (Lc 22,53), l’ora del demonio e della guerra, ma lo spavento di questa affermazione di Gesù non deve sorprenderci perché a controbilanciare l’azione di satana e del male c’è, per l’uomo, l’azione della Divina Misericordia. E’ il contrasto per eccellenza contro il peccato. All’inizio della settimana santa nella consapevolezza di vivere in un mondo così difficile, la Passione di Cristo chiede all’uomo di capire quale peso rappresenti per lui il peccato. C’è una domanda che vuole una risposta : “da che parte è l’uomo ?”. Tutti hanno il compito di chiederselo, laici e religiosi. La Chiesa rivolge l’invito a riflettere, ciascuno nel suo intimo, : è dalla parte di chi osserva il Crocefisso o dalla parte di chi sulla croce perdona ? Quale risposta deve darsi, l’uomo ? E’ doveroso meditare sulle parole di Giovanni Paolo II quando affermò che nel nuovo millennio ci sarebbero stati momenti di tenebra, ma poi avrebbe regnato la luce della Divina Misericordia. Si può constatare, oggi, quanto si cerchi di mettere in ombra e di oscurare la vita della Chiesa che pure ha vissuto tanti momenti di difficoltà. Anche Paolo VI disse che satana era penetrato nella Chiesa attraverso il buco della serratura : tempi cupi e bui gli anni ‘70 in cui satana cercava di conquistare l’uomo, per impedirgli di distinguere il bene che pure era visibile intorno all’uomo. Di fronte al dolore e alle tenebre l’uomo si rifugia nel cuore di Cristo e cosciente del peso del peccato ritrova la vera via attraverso la Passione, abbeverandosi alla sorgente del vero amore Misericordioso. Satana vuole vincere su tutti, ma per evitare che ciò avvenga c’è la potenza di Cristo che è vittorioso sempre su tutto e tutti ; ecco allora la risposta alla domanda : essere dalla parte della Chiesa perché essa, a sua volta, si affida a Cristo che annuncia a Pietro “le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16,18). Gesù prega per Pietro, a cui è affidata la nostra salvezza, perché non venga mai meno la sua fede. E’ la forza del Crocefisso che vince, è l’amore di Dio che è più forte del peccato. (a cura di Alessandro Ortenzi)
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Solidi momenti di grazia, lungo la strada che conduce alla eternità, sono gli appuntamenti con i santi di cui Dio si serve. Oggi si celebra San Giuseppe, l’uomo coinvolto più di ogni altro nel Mistero della nascita del Salvatore. E’ un uomo silenzioso e discreto, laborioso e d’azione. Ha un compito essenziale : lavorare per prendersi cura, quella umana, di due tesori che appartengono a Dio, Maria e Gesù e che a lui, uomo probo, sono stati affidati direttamente dal Signore. Ma anche noi possiamo dirci prossimi a Giuseppe nella nostra ricerca personale di Maria e Gesù e nella gestione della nostra relazione con Essi perché sentiamo che sono stati affidati anche a noi. Accogliamo il Bambino che tende le sue mani e ci invita ad aprirgli il nostro cuore e Maria che ci verrà proposta come Madre da Gesù stesso lì sulla croce. Giuseppe ci spinge a meditare questo nostro rapporto ed estendere agli altri, in terra, genitori, fratelli, prossimo e diverso, lo stesso impegno con tutte le difficoltà cui possiamo andare incontro. Dio non ha tolto a Giuseppe, né toglierà a noi, la Croce, al contrario chiede ancora oggi di essere aiutato nel portarla. Vorremmo capire questo Mistero, vorremmo una risposta a questo Mistero. Ma la dimensione dell’umiltà, così evidente in Giuseppe, si esprime nella obbedienza. Dio non decide al posto nostro, se lo facesse la salvezza sarebbe certa, ma al contrario Dio chiede la collaborazione, la nostra compartecipazione avrebbe in risposta l’aiuto invocato. Si ripropone il quesito : quale rapporto abbiamo con la Fede ? Benedetto XVI ci ammonisce a non ridurla ad un rapporto infantile o immaturo. La soluzione sta nel guardare in alto, lavorando e rimanendo costantemente in rapporto con Dio, proprio come ha fatto San Giuseppe. E questo stile è di esempio ai nostri figli e ai giovani. Guardare in alto vuole significare impegnarsi in questa relazione con un Dio che, sempre vigile alle nostre azioni, agisce, gioisce, soffre e ascolta e chiede a noi di fare altrettanto. Guardare in alto è anche stabilire in quale direzione andare. Verso questo Dio che ci ama e verso Maria che ci è stata data come Madre. Non acconsentiamo che questo Dio ci sia rubato, San Giuseppe ha corso tanti pericoli per preservarci Maria e il Bambino, Erode è ancora attuale e vuole uccidere la nostra fede, la nostra umiltà ed anche il nostro servizio. Ammiriamo questa famiglia che cura una vigna destinata all’eternità. Noi poniamo attenzione alla nostra, poniamo ogni cura perché rimanga fertile e produca frutti graditi al Signore in umiltà e servizio in qualunque luogo si svolga questo nostro lavoro. E’ l’esempio che ricaviamo da Giuseppe nella sua vocazione al servizio. Il Signore nella sua giustizia guarderà quanti avranno cercato di strapparci alla nostra onestà perché il cristiano deve essere di esempio a quanti cercano la strada che porta al Signore e luce a quanti brancolano nel buio della vita, tutto ciò fino al temine del nostro mandato terreno. Ci incontreremo allora con Giuseppe e Maria che ci guideranno al Signore : con la loro preghiera e la Sua insondabile Misericordia il Padre deciderà di noi. Giuseppe è l’appoggio solido che ha lavorato in umiltà nella vigna del Signore. (a cura di Alessandro Ortenzi)
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Oggi si proclama il Vangelo delle beatitudini secondo Luca. Si differenzia da quello di Matteo perché Luca lo indirizza ai fratelli non ebrei. La comunità cui è indirizzata, è diversa, ci sono molti tra i neofiti che posseggono cospicue ricchezze. Luca si rivolge ai poveri chiamandoli beati e minacciando guai ai ricchi. Ascoltiamo l’ammonimento di Dio, ascoltiamolo anche oggi mentre trascorre il tempo di carnevale in piena allegria, domandandoci se terminerà, come dovrebbe, martedì. Gli ammonimenti letti in questa domenica sono un segno che il Signore ci invita a prepararci alla quaresima, e nostro compito è diffondere questo invito. Non si può dire che le Beatitudini non siano il ritratto del cristiano : egli sa di essere libero e sa dove và. In uno sceneggiato che si trasmette in televisione di questi tempi, sentiamo don Matteo dire ad un giovane alticcio : “non sai reggerti in piedi nella tua libertà” . Il mondo deve meditare sul discorso delle beatitudini, in esso c’è il codice della vita cristiana per la vera sequela di Gesù. Se qualcuno avesse inventato Cristo, lo avrebbero fatto più dolce, disponibile e permissivo. Ma Gesù è una sfida all’uomo “è la rivoluzione di Dio” come disse Benedetto XVI a Colonia, rivoluzione dell’amore per la vita vera, novità assoluta. A San Damiano abbiamo cantato le beatitudini perché su di loro Francesco ha impostato tutta la sua vita, avendo compreso che non nella ricchezza terrena ma nella povertà terrena avrebbe raggiunto la ricchezza nel Paradiso e si converte alla gioia di Gesù. Noi, al contrario, siamo angosciati e preda dell’indifferenza. Riflettiamo, oggi, nella ricorrenza di una morte così sbandierata sui media. Le beatitudini sono la possibilità di salvezza, Gesù parla a chi vive nel male, a chi è schiavo del peccato ed indica la via per uscire a vedere una nuova vita. Dice che se siamo alla ricerca di qualcosa, mettiamoci allora alla ricerca della verità ma dove Lui la offre non nei luoghi sbagliati. Gesù in fondo non condanna la ricchezza e neanche il divertimento ma avverte che anche allora bisogna dare a Dio quel che è di Dio. Certo è difficile accettare questi avvertimenti. Optare per le beatitudini è difficile, per la mediocrità di una vita è facile. Domandiamoci come cambiare le cose se non viviamo proprio le beatitudini, forse saremo in pochi, forse saremo dei folli e degli ingenui, ma non importa, purché ci sforziamo di viverle comunque. Potremmo dare agli altri una luce nuova, diversa dalla loro, quella di Cristo. Non solo, ma è bello e consolante sentirle nei momenti del dolore e della sofferenza, perché ci danno tutta la vicinanza di Dio. Esse devono essere dentro il nostro cuore se vogliamo dirci cristiani. Siamo investiti di una responsabilità interiore verso la fede ed esteriore verso il mondo ed il prossimo. Il contenuto delle beatitudini non è qualcosa estraneo all’uomo, ma è una sfida che chiede la trasformazione del cuore dentro l’uomo. Ad esse contraddicono la superbia, l’orgoglio, la disonestà e quanto altro in questo mondo sembra opporsi al disegno salvifico del Signore. Ma è una vittoria momentanea quella di satana, perché a Gesù spetterà la vittoria finale. Beato l’uomo che confida, maledetto l’uomo che si chiude in sé. Il primo solo si è spogliato del mondo e si rivestito della povertà. Riporre la fiducia significa donare qualcosa e lasciare il mondo. Significa attaccarsi solo a Cristo. Ad essere buoni, generosi altruisti ci vuole forse tanta forza, ma non siamo soli perché proprio da Lui riceviamo la forza. Ancora San Pietro si domanda “Da chi andremo Signore ?”. Allora giungiamo davanti a Lui, raccogliendo l’invito di andare a Lui quanti abbiamo sete di Lui. La felicità vera non sarà in questo mondo, ma nel Suo mondo. Ciò viene proclamato oggi nel Vangelo. E ci siano di ammaestramento anche le maledizioni. Il Signore aspetta la nostra risposta e Maria chiede la nostra fiducia “Mater mea, fiducia mea” . E’ una scelta il sì della fede o il no della incredulità. Dal sì avremo una vita nuova, dal no il peggioramento della vita. La beatitudine è un codice di vita cristiana, accogliamolo. (A cura di Alessandro Ortenzi)
Modérateurs : dsfi , Giovanni Piccardi
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Un augurio di buona Quaresima a tutti. Gli esercizi spirituali sono necessari per affrontare e vincere le tentazioni che il demonio ogni giorno della nostra vita ci offre con l’inganno. Il cammino che oggi ci propone il Vangelo secondo Luca sono le tentazioni che Gesù affronta nel deserto. Anche a Lui satana si propone con l’inganno ed è in agguato. Tre tentazioni ed ognuna ha uno scopo preciso. Dalla prima sappiamo che non dobbiamo sostituire Dio con le cose. La tentazione è insita in tutto ciò che il nostro corpo chiede, nel piacere che abbiamo spogliandolo e sfigurandolo fino a non rassomigliare più a Dio. Nella seconda mettiamo a rischio la nostra fede, invece che a Dio ci affidiamo al demonio pur di avere un vantaggio terreno, nostro, ma ciò è amore verso noi non verso Dio. Con la terza desideriamo il potere, il mondo sconvolge la nostra vita e ne diventiamo succubi cercando potere, ricchezza, carriera ed apparire superiori agli altri. Se ci inchiniamo al demonio abbandoniamo quel Dio che invece vuole servizio ed umiltà. Intuiamo che le tentazioni vogliono intaccare la nostra fede, cedendo ci ritroveremo nel buio di un tunnel in cui non troviamo il senso della nostra vita. E’ l’opera subdola di satana che ci abbindola con buone parole, ma pronto a colpirci nella debolezza. Vincere queste tentazioni ha un profondo significato : rendere sacra la vita, sconfiggere la morte e impedire la nostra separazione da Dio. La proposta del demonio è un inganno come se la vita fosse fatta di “solo pane” o di ricchezza. Essa cancella in noi la fame di pace, di giustizia e soprattutto i desiderio di servizio della vita. Se cadiamo le conseguenze sono drammatiche. Eppure è necessario che queste tentazioni esistano perché superandole, noi dimostriamo la nostra fedeltà a Cristo per sempre. Il disegno di Dio e le tentazioni di satana nell’uomo rappresentano una sfida : la scelta tra la vita e la morte. Tra la storia quella sacra e la storia profana. Poniamoci la domanda : si possono evitare ?. La risposta è che vanno affrontate senza fuggire, aiutati dalla Parola di Dio. Senza di essa cadiamo nella solitudine e in solitudine moriamo. Nella Parola del Signore c’è il vero Pane della vita. Egli ci ha creato e da Lui dipendiamo sempre in ogni momento e situazione. Abbiamo la forza di attraversare le tentazioni opponendo ad esse la Parola. Ascoltiamola quindi. Chiediamo l’aiuto. Ma nel rispondere cerchiamo il silenzio intorno a noi. Anche l’anima, non solo il corpo, ha bisogno di isolarsi per ristorarsi. Ha bisogno di un deserto nel quale digiunare nell’intimo, pregare e meditare. La mortificazione del corpo è necessaria per rinascere a Dio. In questo tempo di Quaresima, apriamo il cuore alle sue Parole perché anche noi possiamo dire agli altri parole di vita e seminare la pace. Ora abbiamo bisogno di questo deserto.
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E’ la domenica della trasfigurazione. Sul monte Tabor abbiamo trovato la nuova luce. Cosa accade ? Gesù, predicatore capace di attirare e commuovere le folle, un giorno, in compagnia di Pietro, Giovanni e Giacomo, sale sulla solitudine del monte. All’improvviso Gesù si manifesta nella sua divinità. Dio rivela sé stesso in Gesù, toglie il velo da suo volto ; i discepoli sentono la voce di Dio. Essa dice di ascoltare il Figlio prediletto. L’esperienza vissuta dai discepoli è inimmaginabile. Anche noi, quando siamo saliti su quel monte, al solo pensarci, proviamo qualcosa di profondo nel cuore e siamo affascinati dall’evento. Pietro esprime la sua gioia e la sua meraviglia chiedendo al Signore di alzare tre tende e rimanere, perché è una gioia che ha sapore di eternità ; ma incombe la vita quotidiana, all’orizzonte c’è la Passione del Maestro da affrontare. Gesù torna uomo, si fa vedere, ascoltare e toccare dalla gente e giungerà fino alla morte sfigurato, non trasfigurato, dalla violenza dell’uomo. Noi fedeli, qui riuniti, ne contempliamo il Volto, ma ciò sia sempre in ogni luogo perché proprio Gesù ci ha detto che sarebbe stato sempre con noi. Egli è la realtà assoluta della Santità, in Lui vediamo la luce, l’amore e la misericordia. Eppure è un volto con i tratti dell’umiltà, della dolcezza, della povertà, è un volto che esprime il desiderio di aiutarci e di guarirci. La gente si rende conto di ciò. Ma nel suo volto c’è anche la sofferenza, è stato maltrattato ed è maltrattato ancora oggi, ma è un Dio vincitore. In questa chiesa contempliamo il volto del Cristo Misericordioso. Abbiamo bisogno di questo volto che ci osserva, ci ascolta e ci parla, in Lui troviamo la sapienza, da Lui la forza che da deboli ci farà capaci di vincere le dure prove della vita. Gesù ci invita ad andare con Lui. Santa Faustina scrive nel diario di essere passata attraverso la vita sempre con Lui, ora di vivere la Passione e la Croce dalla quale attinge la forza. E’ la testimonianza eccelsa di un’anima completamente data al Signore. Camminare in Sua compagnia è bello e la mia personale esperienza sacerdotale in unione a quella delle consorelle e novizie e del volontariato e a quanti si avvicinano a questo altare, conferma tutto ciò. E’ bello seguire la sua strada, Pietro chiese al Signore da chi altro potessero andare se non da Lui, il solo ad avere parole di salvezza. La strada che ci indica è il compimento della volontà del Padre, è anche la strada della Croce, cioè della vita. In questo cammino tutto è grazia, ogni situazione, perfino la tentazione e la morte, se vissuta con Cristo e per Cristo, è esperienza positiva. Non dobbiamo temere di salire da Lui, di fare ciò che chiede, perché noi siamo figli amati e scelti, chiamati per questo cammino. Quando ascoltiamo Gesù riceviamo le parole rifiutate dal mondo : perdono e giustizia, ma non solo perché Gesù usa anche un’altra parola : Misericordia. Dal monte sentiamo il richiamo : “ascoltatelo”, cioè convertitevi al Vangelo, alla speranza e alla carità così annunciate. Impediamo al tentatore di dominarci. Non crediamo alla sua parola, quando dice che la legge di Cristo è dura, che l’insegnamento è ormai indietro nel tempo. L’ascolto deve essere nel “noi” rappresentato dalla comunione dei Santi e dalla Chiesa (Benedetto XVI). Nella chiesa e nei santi c’è la verità del cristianesimo. Egli premia la fedeltà, punisce il tradimento, ma allora se Dio è con noi perché temere le difficoltà in questa terra ? Scendiamo dal monte Tabor, ma continuiamo a credere e portiamo quella luce nel mondo. La fede è una necessità per il mondo, perché se non crediamo, allora domandiamoci cosa c’è dopo ? Se non fai la Quaresima, quale Pasqua potremmo celebrare ? Ed ancora se non diciamo sì al Vangelo, verso quale Pasqua camminiamo ? Dopo aver lavorato, aver accumulato beni, diciamo allora che ci attende il riposo, ma con quale prospettiva se manca la volontà di camminare verso l’eternità ? Se l’uomo dimentica la propria cittadinanza celeste lavora solo per il corpo, versa lacrime per il nulla, gioisce per il nulla e alla fine sparirà nella terra. “Ascoltatelo” dice il Signore. Lo ripete Maria alle nozze di Cana e a Santa Bernadette da un messaggio di penitenza e di purificazione. Allora lavoriamo anche soffrendo in terra per guadagnare il Paradiso. S. Caterina dice che esistono i martiri dell’inferno cioè coloro che si illudono di godere la vita facendo del male. Assaporiamo la gioia dei discepoli sul monte Tabor. La vera gioia è il cammino con Dio nella sua Chiesa. A tutti è data questa gioia. Quanta ne assaporiamo nel confessionale al momento della riconciliazione quando il Padre ci invita nuovamente al cammino verso di Lui in libertà. Questa gioia è il riflesso della Misericordia, nel volto c’è la bellezza legata al bene da fare in terra. E’ gioia quotidiana, essa ci discende dalla Croce e ci accompagna nel cammino al Suo fianco.
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La parola di Dio ci raggiunga nel cammino verso il Calvario. Dopo le tentazioni e la trasfigurazione oggi terza domenica di quaresima meditiamo sulla Misericordia di Dio che in Gesù ci chiama alla conversione. Non spaventiamoci alla minaccia di morte per la mancanza di conversione, chiediamoci dov’è la Misericordia di Dio. Facciamo attenzione a non abusare di essa per continuare a peccare. Dio non è cattivo, noi sì, lo siamo. Lui rimane sempre padre e noi figli amati e prediletti, anzi siamo tesori preziosi, siamo immagini di Dio. Perciò l’appello che viene dal cuore di un Padre, non vuole spaventare ; il Padre non si compiace della caduta del peccatore perché predilige la sua vita e nella sua immensa misericordia continua ad ammonire e sente sua la responsabilità perché è Lui che ha dato la vita, Lui che ci ha donato il Figlio e che del nostro corpo ha voluto fare il suo tempio. Il Signore, giustamente, si preoccupa quando viene meno il rispetto verso di Lui, il suo Figlio e il suo creato ; nella genesi c’è un versetto tremendo : il Signore esprime il proprio pentimento per la creazione dell’uomo. Amara constatazione. Questa divina sofferenza deve colpirci e scuoterci. Dio ci chiede ragione della nostra ingratitudine. Poniamoci alcune domande in questo periodo in cui abbiamo davanti Il volto sfigurato di Cristo : quanta colpa ho di ciò ? Quanto ho deluso Dio ? Quanto e perché ho tradito la speranza del Signore ? Certo se fosse un Dio vendicativo, non accetterebbe né ascolterebbe le nostre preghiere, ma Lui differisce il suo giudizio che pur sempre avverrà, ad altro tempo. E’ una speranza per noi, è una grande consolazione. Quel Dio giusto che decide di non giudicare ancora, è l’espressione della Misericordia. Aspetta con pazienza la nostra conversione, il cambiamento nella nostra vita. Abbiamo il coraggio di riconoscere veramente che la nostra vigna è così chiusa a Dio e dobbiamo rattristarci di ciò. Dio è il padrone e viene a curare la vigna della nostra vita ; in questo tempo di quaresima diventiamo cenere, da essa risorgiamo purgati del peccato. Sappiamo che dobbiamo farlo, ma non ne abbiamo la forza. La vita senza la grazia è morte spirituale. Viviamo e siamo turbati, siamo come sepolcri. Il Signore al nostro fianco fa di tutto per scuoterci, anche con parole severe. Non temiamo questa voce potente perché il Signore comunque ci insegue per strapparci alla morte. Prima del giudizio c’è la Misericordia. Non rimandiamo ancora la conversione perché sarebbe la vittoria di satana. S. Agostino diceva di temere il Signore che passa ; il Signore si fa sentire e riconoscere quando è al nostro fianco, ma se siamo ciechi e sordi non apriremo la porta. Non ritardiamo la conversione con il pretesto della Misericordia perché comunque Dio cerca il frutto della conversione nella nostra vita. Le apparizione mariane sono richieste continue di conversione. Maria soffre e si addolora e rimane in attesa per dirci grazie di aver risposto al Figlio. Può una madre essere più comprensiva ? Santa Faustina parla delle pene tremende che soffrono le anime precipitate all’inferno perciò quasi mendica la grande Misericordia. Il peccato in sé non impedisce la Misericordia, ma è il peccato dell’uomo ad ostacolare la Misericordia. Dio ci vuole dare la chiave della vita operosa ed eterna essa è la Misericordia ed è l’esperienza della misericordia nella tua anima. Ricordiamo le parole con cui Gesù si rivolge a Santa Faustina : “Per te sono disceso dal cielo in terra, per te mi sono lasciato mettere in croce, per te ho permesso che venisse aperto con la lancia il mio cuore, vieni ed attingi la grazia da questa sorgente ; non respingerò mai un cuore che si umilia, desidero colmarti con i tesori delle mie grazie.”

(A cura di Alessandro Oretenzi)

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Dagli appunti dell’omelia della 4° domenica di quaresima 14 mar 2010 Domenica detta della “Gioia”

La pagina di San Luca dà il nome alla domenica “della Gioia”. “E’ un vertice della spiritualità e della letteratura di tutti i tempi” così si esprime Benedetto XVI, perché in nessuna pagina del Vangelo è così chiaramente esplicitata la Misericordia di Dio. Essa interviene aprendo il cuore al figlio che ha abbandonato il padre e la casa, ma il Padre non lascia il figlio, anzi lo cerca. E’ la nostra storia, riassume il nostro cammino, quando cediamo alla lusinga del mondo, quando cerchiamo la felicità nelle cose del mondo facendo a meno di Dio. L’uomo si perde e perde la sua dignità cercando la gioia in terra, si trasforma in servo e servo di ciò che non vale nulla. In fondo a questo baratro, racconta Luca, si insinua nel figlio il desiderio di rivivere, il desiderio di tornare al padre. Solo allora, volendo di nuovo la vita, ritroverà Dio. Gesù dice di sé : “Io sono la vita”, solo in Lui c’è la pienezza della vita. A Dio non importa il perché del ritorno, è sufficiente il rimettersi in cammino verso di Lui. Questo desiderio, quest’ansia di arrivare cancella tutti gli errori commessi. Il padre, nella parabola, rivede il figlio che si era allontanato e gioisce grandemente, perché la perdita di un solo figlio sarebbe stata per lui un dolore immenso. Come buon pastore Gesù non ha figli da perdere, Gesù vuole salvare tutti e di ciò prega il Padre. Si spoglia della sua vita pur di salvare gli altri. C’è una veste che nessuno può togliere al Padre, è la veste preparata per la festa del ritorno del figlio. Dio è un padre buono e il suo amore è totale come spiega Santa Faustina nel suo Diario : ”Tu sei il migliore dei padri”. E’ un amore che si rivolge al singolo, perché ciascun uomo è il figlio prediletto. La festa è grande a ciascun ritorno ed è il momento della gioia. Ancora Benedetto XVI si chiede che cosa sarebbe la nostra civiltà se il Padre si manifestasse senza Misericordia. Essa ci sconvolge, è incomprensibile, è inesauribile. A Santa Faustina Gesù dice che ciò che ella scrive della Divina Misericordia è una piccolissima goccia di ciò che realmente è. Ma la Misericordia, definizione difficile da comprendere, è anche la conversione di Dio in quanto Padre. Anche Lui supplica il figlio perché vuole ridargli la pace. Ancora la nostra Santa dice che il Signore ci insegue sempre ; così pure Benedetto XVI quando afferma che se noi ci allontaniamo da Dio ci perdiamo, ma Lui, Dio, continuerà a inseguirci con il suo amore, a parlare alla nostra coscienza per richiamarci. Questo vuol dire che nessuno di noi è perduto per il Signore, dal momento che Lui stesso si rivolge al peccatore anche al peggiore. La Misericordia è lo sguardo continuo del padre rivolto al figlio, è il correre incontro quando ritorna ed è l’abbraccio e un bacio. Il Padre non considera il passato : Gesù, dice Giovanni al termine del Vangelo, chiede a Pietro per tre volte “Mi ami tu ?” ; non chiede “perché mi hai rinnegato tre volte ?”. L’amore di Dio è e rimane amore, sempre. Questa considerazione fa comprendere come non bastino la penitenza, il rimorso e la paura di Dio a rendere perfetto il ritorno, ma bisogna, poi e sempre, confidare totalmente in un padre che sa guarirci, che sa toglierci dall’angoscia, che sa renderci di nuovo figli prediletti. Potremmo dire che è la nostra storia, ma in questa storia nessuno dei due figli è da prendersi a modello, perché entrambi manifestano la loro immaturità, il più giovane con la sua ribellione e il secondo con la sua obbedienza infantile, atteggiamenti da non imitare, ma così umani. Sono esperienze che si risolvono solo con la Misericordia. Nella prossimità della Pasqua immergiamoci tutti nella Passione e guardiamo il cuore del padre, trafitto, che vuole purificarci, riconosciamo la nostra indegnità e con umiltà inchiniamoci e cambiamo la vita. Il Signore allora ci darà una nuova veste, quella che ha già preparato per tutti. Rinnoviamo la nostra relazione con il padre. Ricordiamo le parole di Benedetto XVI “meditiamo questa parabola e rispecchiamoci nei due figli, facciamoci rigenerare dall’amore di Dio con l’aiuto di Maria Vergine Mater Misericordiae”.

(a cura di Alessandro Ortenzi)

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Termina oggi il lungo pellegrinaggio interiore che ha avuto inizio il mercoledì delle ceneri accompagnato dalle dure parole “convertiti e credi al Vangelo”. Tornano alla mente le tappe evangeliche di questo itinerario : le tentazioni, la trasfigurazione e poi la conversione, scendendo in mezzo al mondo, e per ultima la gioia del padre per il ritorno del figlio. Con oggi si avvicinano ancora di più il nuovo giorno e la nuova vita annunciata dalla Resurrezione di Cristo. Come e quanto ci lasciamo portare verso questa novità e trascinare alle cose nuove nel cielo e nella terra ? E’ stato un cammino lungo il quale era fondamentale accogliere il seme della Parola di Dio, ascoltando e rispondendo al Signore. Questo seme, sparso dalla Chiesa, ora dà frutti di conversione e tanti fedeli stanno tornando e si convertono affidandosi alla Divina Misericordia . Quale grande motivo di gioia è questo, al compimento del primo decennio. Il Signore, dice Isaia, ricorda le meraviglie che ha fatto e fa ancora nel mondo in un opera di rinnovamento continuo. Avvicinandoci al Calvario anche noi disponiamoci ad accogliere tutte le cose buone che il Signore compie per noi volendoci nuovi e migliori rispetto al passato : ”non ricordate il passato, cercate una vita nuova, la vera gioia e la pace”. La dura parola del mercoledì delle ceneri sia fruttifera, ci trovi pronti a seguire Gesù sempre e ovunque. Ciò con l’esperienza della Divina Misericordia è possibile ed è determinante per il nostro disegno di salvezza. Anche il Vangelo oggi richiama la Misericordia nel perdono della adultera. Giovanni Paolo II annunziò al mondo questa ricchezza nella sua enciclica “Dives in Misericordia”, lasciando alla Chiesa il compito di proclamarla ovunque unitamente alla diffusione del messaggio di Misericordia contenuto nel diario di Santa Faustina. “Dove, se non nella Divina Misericordia il mondo può trovare la Luce ?” (GPII). Se il Signore avesse abbandonato l’uomo alle tenebre cosa ne sarebbe di lui, delle famiglie, delle relazioni umane ad ogni livello ? Ecco che il senso della colpa, il rammarico di aver abbandonato il Signore convergono nella Misericordia e sorge l’invocazione “Misericordia, Misericordia per noi ed il mondo intero”. E’ il desiderio irrefrenabile e spontaneo del figlio di ritrovare il Padre. Senza questa volontà l’uomo sarebbe perduto e divorato dal demonio. Ma Dio, per mezzo del Figlio, non abbandona la creatura amata e la insegue continuamente e ovunque pronto al minimo cenno di pentimento a riprenderla con Lui, per darle pace e perdono. La Misericordia che entra in ogni luogo, è la forza di Dio, è il Suo coraggio, con essa Dio ricrea l’uomo e ridà speranza a chi l’ha persa. “Gesù confido in Te” è l’invocazione cardine e potente a cui ricorrere sempre. Nel volto del Cristo della Misericordia c’è lo stesso sguardo del Cristo sulla Croce, quando implora il Padre di perdonare gli uomini perché non sanno quello che fanno. Quante anime incontrando la Misericordia hanno trovato la forza di convertirsi. Difatti Dio, per mezzo del Figlio offrendo se stesso alla sofferenza e alla morte, raggiunge l’uomo chiuso nel peccato e gli porge la chiave della salvezza : la Misericordia. Giovanni Paolo II ci ha implorato di utilizzare questa chiave e con essa spalancare le porte a Cristo. Questa è la chiave, come oggi dice Luca, che Gesù ha consegnato alla donna adultera, e che Gesù porge anche a noi, idealmente presenti nell’episodio lucano perché tutti abbiamo la necessità della Misericordia. “Di null’altro l’uomo ha bisogno se non della Divina Misericordia” (GPII).

Gesù intende svelare questo ardente segreto ad ogni peccatore. Due eventi, la legge mosaica e la legge del perdono, si contendono la scena dell’adultera ; prevale il perdono perché il Signore distingue il peccato che pure rimane, dal peccatore, e fa prevalere la sua Misericordia sulla giustizia ; di certo non proclama l’impunibilità di chi sbaglia, costui deve scontare la sua giusta pena ; ma Dio a seguito di una conversione totale e sincera e di un pentimento reale, pur non perdonando il peccato, perdona il peccatore e impone la legge della Misericordia. L’unicità della legge di Gesù è nel binomio ‘amore - misericordia’ ; Gesù non cessa di gridare il suo “guai a voi” , ma lo fa nella prospettiva del giudizio, non serve una condanna esplicita perché questa è già insita nella sua Parola che è Verità. Nessun uomo rimane innocente, ma torna ad esserlo per mezzo della Misericordia perché con questa chiave a tutti Dio dà la possibilità di rinnovare la propria vita. E l’uomo ha un valore altissimo perché è immagine di Dio, e in lui è preannunciata la santità, la luce divina, per cui non può essere perso.

E’ una grazia concludere questo pellegrinaggio proprio nel Santuario destinato da Giovanni Paolo II al culto della Divina Misericordia come pure è una grazia il dono di Santa Faustina che continua ad annunciare al mondo il messaggio della Divina Misericordia. Facciamoci toccare dalla richiesta di Gesù, “d’ora in poi non peccare più”, in questo senso esprimo un grazie particolare a quanti dal mercoledì delle ceneri hanno intrapreso il loro rinnovato cammino nella fede. Il prossimo incontro con la passione di Cristo ci porti alla conoscenza della grandezza della Misericordia ; noi tutti accogliamo la Croce, come faranno i giovani prima di noi in vista delle GMG in Spagna. La Divina Misericordia sia per loro e per tutti noi un programma di vita per avvicinarsi in modo nuovo al Mistero Pasquale di Gesù.

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I rimorsi ci prendono perché abbiamo dentro di noi il peccato, la malattia interiore, l’infedeltà al Signore, alla Chiesa, alla vita e allo stato, l’infedeltà in molte altre azioni. Se stiamo male fisicamente andiamo dal medico e programmiamo la guarigione. Ma la stessa cosa deve essere per la guarigione dell’anima, bisogna ascoltare la voce della Chiesa e poi verificare se questo ascolto ha avuto l’effetto di ridonare all’anima la luce. Se ci accorgiamo di essere rimasti fermi, pur riconoscendoci fedeli e credenti, vuol dire che abbiamo fatto un cammino senza senso, che abbiamo emesso una continua e reiterata condanna di Cristo. Il giorno del mercoledì delle ceneri, facendocene cospargere il capo, abbiamo utilizzato le ceneri per pulirci dentro e mettere ordine in noi. Il male non vuole che l’amore di Gesù si diffonda sugli uomini, anzi vuole farLo scendere dalla croce. L’annuncio che Cristo dona sé stesso agli uomini, oggi lo rifiutiamo, e neppure accettiamo la certezza della sua Resurrezione. L’uomo è sordo e non comprende la chiarezza dell’annuncio fatto da Gesù. Eppure la notizia è straordinaria : l’Amore si lascia morire per vincere. E’ un gesto di sublime umiltà, ma quanta misericordia, forza e verità sono in questo gesto ! Ma come farlo comprendere ? Difficoltà, rifiuto e tradimento di quanti si dicono fedeli. Crediamo a modo nostro, la realtà quotidiana entra in conflitto con Dio, al dono opponiamo il rifiuto di accettarlo. Questa incomprensione del Mistero fa soffrire : è la via Crucis contemporanea. Ma il Signore procede nel suo disegno salvifico fino alla vittoria offrendosi come vittima, sempre. Al temine dei nostri giorni si presenterà con la sua giustizia pronunciando parole conclusive : beati o maledetti. Noi, quanti ci diciamo credenti, abbiamo un segno, la Croce, a cui rivolgere lo sguardo e dalle ferite di Gesù raccogliamo quel fiume di Misericordia che si riversa nel mondo. Non possiamo finire nella disperazione di Giuda dal momento che Cristo ha voluto tramite Santa Faustina darci l’ultima tavola di salvezza. Nella tradizionale via Crucis al Colosseo sarà chiesto a Gesù : “Signore, mostraci il Padre”, ma Egli stesso già prima aveva detto “chi ha visto Me, vede il Padre”, questa frase è la definizione dell’amore perfetto tra Padre e Figlio, amore che si estende anche a noi, figli prediletti. La gloria si mostra nel volto di Cristo Misericordioso, la grandezza di Dio si manifesta, in Lui c’è tutta la nostra speranza di vincere il male. Il Santo di Padova, con grande illuminazione, disse che riflesso in Cristo possiamo scorgere tutto il nostro valore. Il Cristo che muore per noi è la prova di quanto siamo preziosi agli occhi del Signore. Ci dà amore e fede, ci rivolge lo sguardo, il tutto per convincerci ad unirci a Lui. Lo sguardo del Cristo Misericordioso, in questo Santuario, ci chiede di avere lo stesso amore ; Giovanni Paolo II, lo ricordiamo oggi nel V° anniversario della morte, disse che anche l’uomo può imparare ad avere la stesso sguardo penetrante e pieno di amore. Di fronte a questa immagine abbiamo la certezza di non fare la fine disperata di Giuda di fronte alla Croce. Basta una scintilla perché Dio Onnipotente si chini su di noi, ci abbracci e ci accolga. Il rapporto tra Padre e noi figli si realizza nell’umile servizio prestato nella Sua vigna. I suoi accessi sono spalancati e da essa nostro compito è diffondere la fede in Dio, la speranza nella salvezza e tutto il suo amore ; per tutto ciò abbiamo il dovere di bussare alle porte della Chiesa, riconciliarci e chiedere il perdono inchinandoci alla Croce che regnerà con gioia ovunque nel nome di Cristo.

(a cura di Alessandro Ortenzi)

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Preghiamo che il padrone mandi gli operai. Nel nostro cuore c’è la parrocchia con il suo parroco e i suoi collaboratori. Benedetto XVI, oggi, offrendo spunti sul sacerdozio, definisce la vocazione come un misterioso scambio tra Dio e un uomo che, all’inizio giovane, dona tutto sé stesso a Cristo per essere utilizzato come strumento di salvezza. Al sacerdote, configurato come un altro Gesù, spetta la continuazione dell’opera del Pastore, e da Gesù deriva ogni potere, ogni diritto finalizzato alla custodia del gregge e grandi doveri, il più elevato dei quali è lo spendere sé stesso per gli altri, come ha fatto il Maestro : c’è una identità perfetta con Gesù nei diritti e nei doveri. Benedetto XVI evidenzia tre aspetti tipici del sacerdote : il primo aspetto è l’appartenenza totale a Dio, quindi la conoscenza di Dio nell’intimità del suo cuore e l’amore verso Dio, totale ed intimo, mantenere l’intimo e continuo colloquio con Lui anche se, oggi, è più difficile trovare il tempo sufficiente a causa dei troppi impegni necessari, ma bisogna trovare questo tempo. Il secondo aspetto è il dono totale di sé a Dio. E’ tutta la sua vita e dura per tutta la vita. Questo dono è la manifestazione intima della Misericordia Divina : il dono di far trionfare il bene e di sconfiggere il male è realizzato perché Cristo, che è in lui, ha vinto il male. Il terzo aspetto è la capacità di comunicare con gli altri, di avvicinarsi agli altri in ogni situazione, nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, così come fece Giovanni Paolo II ; chi, tra i chiamati dal Signore, non dovesse condividere questa identità con Gesù, avrà la sua condanna. Questi motivi devono spingere noi, laici, a pregare per il sacerdote. La preghiera è il mezzo più efficace per dare aiuto al sacerdote, attraverso di essa vivrà, tramite Gesù da noi invocato, la piena grazia del sacerdozio, saprà condividere i dolori e le gioie, avvalersi, oggi, come anche vuole Benedetto XVI, dei moderni mezzi di comunicazione. La preghiera dei fedeli, consacrati o laici, rivolta alla santificazione del sacerdote è un bene per gli stessi fedeli. La comunità trae beneficio dal lavoro svolto in essa dal sacerdote e Giovanni Paolo II affermò che, come conseguenza, l’operare, con frutti santi e notevoli nella comunità, arricchisce la Chiesa di vocazioni. E’ questa una esperienza personale, perché a Roma le vocazioni sono aumentate e certamente un valido aiuto è venuto dalle preghiere che molti sacerdoti hanno elevato al Signore. Se il sacerdozio è un dono, dono è anche avere i sacerdoti perché abbiamo, in questo modo, ancora la certezza che il Signore ci parla ; Giovanni dice chiaramente che le pecore ascoltano la voce del padrone, e a chi appartiene la voce del sacerdote se non al Signore ? E’ compito del cristiano ascoltarla, è il suo servizio, è l’obbedienza al Signore, è la sua sequela, così come la richiede il Signore. La verità insita nella vita del sacerdozio ci fa vivere nel Signore, ci indica la via per la salvezza. E’ il segno che la Divina Misericordia interviene nella vita sacerdotale illuminando tutto ciò che il pastore compie per il gregge affidatogli. E’ il miracolo della Divina Misericordia destinato a quanti danno sé stessi per gli altri. E’ in atto, oggi, una grande battaglia fra il bene e il male, e il sacerdote non è aiutato da quanto succede nella realtà quotidiana. Ha necessità di una preparazione spirituale ed intellettuale. Il primo degli aiuti è il suo Breviario che il sacerdote terrà sempre con sé perché in esso c’è la preghiera di ogni momento, c’è il colloquio continuo con Dio, c’è la potenza che gli fa guidare con sicurezza il gregge con la costante guida dello Spirito di Dio. Hanno un’ulteriore impegno : si rivolgano alla Madre di tutti chiedendo il suo aiuto, chiedendo che Suo Figlio sia sempre con loro in ogni momento e situazione, sicuramente saranno e rimarranno fedeli al dono ricevuto.

Alessandro Ortenzi

Modérateurs : dsfi , Giovanni Piccardi
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Gesù Cristo, che muore su un legno, è l’albero vivo, è il frutto benedetto del seno di Maria. Riflettiamo su Maria nostra Madre e la vigna, tra il lavoro che si svolge in essa e il culto dedicato a Maria. A Pasqua abbiamo ripreso coscienza di essere discepoli, vicino a Lei, ancella di Dio, abbiamo riconsiderato la nostra sequela alla luce nostro battesimo rinnovato e con il nostro consenso ribadito. Gesù riconosce sé stesso nella vite e in noi vede i tralci perché sa che solo rimanendo ben stretti alla vite, noi possiamo far scorrere la sua linfa nel nostro spirito. Andiamo incontro alla Madre, anche chi è distante ricorre a Lei, ed ci rifugiamo in Lei perché ci introduca nella vigna del Signore e ci induca a bere alla sorgente il succo della vite e a lavorare per essa. Ciò facendo porteremo frutti e resteremo in Gesù. Il discepolo non è chi conosce l’insegnante, ma chi corrisponde ad esso con continuità e in contiguità, chi rimane nella vigna lavorando perché non se ne perda il prodotto. Questo radicale coinvolgimento nella vita del Signore, è dichiararci suoi figli. Maria ci riconosce questa caratteristica e con Lei e per Lei si rafforza il legame tra noi e Gesù. Giovanni Paolo II considerò sempre questo affidamento a Maria, non solo come devozione, ma come appartenenza assoluta, si privò della sua libertà per porsi nella schiavitù di Maria : Totus tuus, e ripeté questa sua dedicazione anche e soprattutto nella sofferenza. Impariamo da Maria come essere riconosciuti appartenenti a Cristo ; non è sufficiente dirci cristiani, semplice etichetta, ma dobbiamo rendere manifesti i Suoi insegnamenti e ben compresi nel cuore. La vita del cristiano non è solo osservanza dei comandamenti, ma, pur essendo servi, è vivere ogni azione in sintonia con l’azione di Dio. Ecco Maria che lavora, cammina, sorride e parla sempre in sintonia con Dio. Se questi sono i passi del cristiano, sentire, interiorizzare e amare Dio, allora egli appartiene a Dio. Il cristiano ha le preoccupazioni della vita quotidiana e Maria riferisce ciò al Signore. Fiorirà la nostra vita, sarà un giardino fecondo dove l’albero secco sarà bruciato perché il vignaiolo vuole vedere i frutti. I fiori, che precedono i frutti, ci rimandano alla parola di Dio. Il Signore dice : lascia ogni cosa e vieni nella mia vigna e me ne darai il frutto. Il cristiano allora deve lavorare nella vigna che può essere chiesa, famiglia o lavoro perchè la gloria di Dio è l’uomo che porta frutto. Maria, nei messaggi al centro delle sue apparizioni, ci avverte che il tempo della Misericordia sta finendo e verrà il tempo della Giustizia. Noi, lavoratori nella sua vigna, affrettiamoci allora a buttare la sporcizia : “siate fecondi” dice il Signore cioè poniamo il comandamento dell’amore al centro del cuore. La qualità dell’esistenza è nella bontà del frutto e da questa quella sarà valutata. I santi hanno riempito ceste di ottimi frutti nel loro continuo lavoro. Ogni tralcio viene potato perché porti più frutto. Teniamoci stretti a Maria e, memori del battesimo, operiamo in modo che l’amore da dare al Signore e al prossimo non sia fatto esteriore ma intimo convincimento e lavorio. E’ un cammino consapevole, Maria è in cammino, Maria è il frutto che il cielo ci ha dato, noi ci prendiamo per mano e a Lei diamo il cuore perché sia sempre più forte il nostro legame con Cristo Gesù.
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Parliamo di Dio, ma chiediamo prima cosa è Dio. Rispondiamo in modo semplice, perché tanti libri, tanti studi non sono riusciti a darne una definizione, è abbraccio, è calore, è ciò che prova un figlio abbracciato da una madre o da un padre che lo amano. Per l’essere umano è una realtà quotidiana, è una partecipazione costante di amore, di un amore che non cessa mai, è il desiderio appagato nell’amare e nell’essere riamati. Nel mondo, invece, vediamo prevalere la solitudine perché manca la corrispondenza all’amore di Dio. Dobbiamo diffondere questa comunione d’amore ; così è essere fratelli, così è essere veri credenti in Cristo ; oggi facciamo festa alla SS. Trinità, ma non dovrebbe essere festa solo oggi, bensì sempre, ogni giorno, perché quotidianamente la SS. Trinità si fa sentire e ci assiste. Dio non ha bisogno di nulla, eppure cerca la compagnia dell’uomo, eppure vuole condividere la sua gioia amorosa con l’uomo. A lui dunque portiamo il nostro abbraccio, anche rimettendoci un po’ della nostra libertà. In fondo non viviamo una gioia vera e duratura, ma quando decidiamo di credere e di impostare la vita come Dio desidera, allora c’è vera festa in cielo perché ogni peccatore convertito crea gioia e così anche in terra. Il figliol prodigo genera una gioia immensa nel padre, il suo ritorno non era impossibile, non era, diremmo oggi, un fatto astratto, una teoria ; questa possibilità o certezza è testimoniata da tanti : da chi è vivo e torna, da chi sta male e si affida a Cristo, da chi è prossimo alla morte e vede in essa la certezza di ricongiungersi al Signore. E’ il mistero di Gesù che sulla terra rende visibile il Paradiso. Non è difficile, perché Dio non è lontano da noi. Bisogna parlare di Dio, della Trinità, della Sapienza che è in ogni cosa dal principio. Sapienza di vita, d’amore in ogni momento. La Trinità è comunione, è dialogo che Dio intesse con l’uomo del mondo, è orientamento inteso ad aiutarlo, ad indirizzare la grande intelligenza di cui dispone al bene. La Sapienza ci indica il limite non oltrepassabile perché entreremmo nel regno del demonio, nella sua superbia. Ecco allora il Dio della Misericordia, il Dio che si umilia, al pari della sua creatura e si incarna fino alla morte di Croce, miracolo grandioso. Nella nostra quotidianità la comunione deve essere il momento più solenne. E’ come fare festa a Dio ogni giorno, ed è possibile perché sotto la guida di Cristo con la sua verità, con la sua costante assistenza, troviamo le porte aperte fino alla vita eterna. Grazie allo Spirito di Misericordia sentiamo l’abbraccio del Signore, sentiamo il continuo invito “vieni”. (Alessandro Ortensi)
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Lo Spirito Santo domina in questo Santuario e la sua luce ci illumina e ci protegge. “La pace sia con Voi”, “la mia gioia sia la vostra gioia”, sono questi i frutti dello Spirito Santo. Da domani ricomincia la vita ordinaria della Chiesa che si inoltra nel tempo della speranza conservando i frutti del tempo del Cristo risorto ; per questo motivo, nel cuore ci sia la gioia e nella vita il cambiamento. Noi sacerdoti conosciamo la vita del fedele e gridiamo ogni giorno “vieni Spirito Santo”. Riscopriamo il senso della Pentecoste nella vita cristiana in un tempo in cui il mondo è così pieno di crisi ; anche nella chiesa ci sono gravi problemi, per la debolezza dell’essere umano. Riscopriamo l’evento nel nostro intimo, la sofferenza del Signore per entrare nel cuore dei fedeli che intravedono la bellezza di questa vicinanza a Dio e sono affascinati dalla chiesa, dal culto, dalle magnifiche opere, ma poi hanno paura perché ne temono lo sconvolgimento che gli farebbe lasciare il mondo e modificare il loro modo di vivere. Quante persone oggi sono passate per le chiese, quante hanno invocato lo Spirito Santo “vieni Spirito Santo”. Tutte le volte che cerchiamo rifugio nella chiesa invochiamo la pace, la serenità, dobbiamo farlo con sincerità, ma poi sentiamo che il Signore dice che è fuoco , che è separazione che è sconvolgimento totale, ed abbiamo paura. Nessuno si mette in un mare agitato, ma qui è il cuore ad essere agitato. Per cui entriamo pure in questo mare, anche Pietro chiamato da Gesù, dubita, e rendiamoci conto che entrare in rapporto con Dio è un fatto sconvolgente come ne è testimonianza la vocazione sacerdotale che provoca una tempesta nell’anima di chi la riceve. Nella Pentecoste lo Spirito Santo si incarna in noi con la parola di Dio, come ha fatto con Maria incarnando in Lei il Figlio. Porta la vita di Dio in me, rende il mio cuore sensibile alla Parola. Andare in una chiesa per ascoltare quella Parola, la domenica, non è un atto dovuto, lo Spirito Santo fa sorgere in noi il desiderio di andare in chiesa. Vivere la vita con lo Spirito Santo è facile, con la croce, fatta appena svegli, noi stessi possiamo benedire il mondo intero e lavorare per la gloria di Dio. Possiamo vedere ogni fatto quotidiano con occhi nuovi : il pane in tavola è l’Eucarestia, i figli sono i doni di Dio. Vedete in me un ministro del Signore per opera dello Spirito Santo, nel Libro del Vangelo leggete non un raccolta di fatti e di detti, ma la Parola stessa di Dio e il vino nel Calice è il sangue di Cristo. Cambia ogni cosa. Questa chiesa è la casa di Dio. E’ il grande miracolo che oggi viene dal Cielo. Ascoltiamo questo soffio, diventiamo adulti e maturi nella fede e per la fede, siamo la manifestazione della gioia, della pace e del perdono di Cristo. In questo tempio si rinnova la nostra fede, accogliamo lo Spirito Santo che ci manda come cristiani, autentici figli di Dio, che ci coinvolge con la stessa responsabilità di Dio, ci fa camminare con Maria : ci prende per mano e ci conduce lungo la sequela di nostro Signore. (Alessandro Ortensi)
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