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Testimoni

Beato Guido di Montpellier

Un profilo biografico di Guido di Montpellier, figura che va considerata il vero e proprio fondatore dell’Ordine di Santo Spirito, si può ricavare da un’opera del XVII secolo, il Trattato del sacro Ordine di S. Spirito detto in Sassia di Roma. Il testo è stato scritto da fra Pietro Saunier, sacerdote francese membro dell’istituto[1] con l’intento di ricostruire con esattezza le vicende della fondazione dell’ordine e di presentare la figura e l’opera di Guido. Il Santo Spirito si ricollega alla già esistente e consolidata tradizione degli ordini ospedalieri, quali l’Ordine di san Giovanni, i Templari, i Teutonici. Pur non avendo notizia certa dell’anno di fondazione del Santo Spirito, si ha però la data della approvazione, concessa da Innocenzo III il 15 novembre 1198[2], che arriva dopo circa 20-30 anni di attività.  A quel tempo l’istituto aveva già due case in Roma, a Trastevere e a S. Agata, oltre a diverse fondazioni in Francia.

Guido proveniva da una famiglia nobile, aveva il titolo di Conte, anche se non è possibile individuare con precisione a cosa esso si riferisse. L’autore infatti nota che il titolo, nelle carte dell’epoca, si poteva trovare affiancato a cariche diverse; sta di fatto che l’iniziativa di fondare e sostenere gli sviluppi di un’opera così impegnativa come l’ordine del Santo Spirito poteva essere portata avanti soltanto da una persona nobile e ricca, dotata cioè di adeguati mezzi materiali e appoggi politici. Guido fonda l’istituto da laico, e al momento dell’approvazione da parte di Papa Innocenzo deve avere quasi sessanta anni:

stimandosi indegno, come hanno fatto molti santi, della dignità sacerdotale, lasciando a più meritevoli, al parer suo, l’ufficio di offerire il Sacrificio, mentre egli consacrò se stesso, e quanto aveva, in holocausto di carità christiana nell’esercitio della carità e nell’opere di misericordia, la quale da san Paolo viene detta sacrificio, hostia, liturgia, fondò quindi un hospitale, dove una generosa pietà essercita quasi tutte le sue funtioni, così corporali come spirituali, cibando, dando da bere, vestendo, albergando, visitando e medicando i poveri infermi, a quali in caso di morte, si dà anco religiosa sepoltura, somministrando ai medesimi in vita consiglio, istrutione, ammonitione, consolatione, sofferenza e patienza, e con le caritative preghiere a morti il perdono e la remissione delle colpe, di maniera che quanto sa e quanto può la misericordia, tanto viene ad operare l’ospidaliera carità, alla quale il nostro Guido eresse con proportionata dote, un augusto domicilio[3].

Il futuro papa Innocenzo III aveva potuto conoscere l’opera del Santo Spirito già durante una sua permanenza in Francia e lo aveva presentato con favore a diversi vescovi. Con la bolla Hiis precipue, datata 22 aprile 1198, e quindi precedente alla fondazione romana, da papa aveva poi raccomandato le iniziative di Guido di Montpellier con parole molto eloquenti:

Dunque, come abbiamo appreso dal resoconto veritiero di molti, l’ospedale di Santo Spirito, che la sollecitudine del diletto figlio fratel Guido ha costruito a Montpellier, tra gli altri ospedali di nuova erezione, risplende per religiosità e pratica un’ospitalità di maggiore carità, come coloro che, fatta esperienza delle loro elemosine, hanno potuto apprendere in modo più pieno. Lì, infatti, vengono ristorati gli affamati, i poveri vengono vestiti, agli ammalati sono somministrate le cose necessarie e ai più bisognosi viene offerta una maggior consolazione, sì che il maestro e i fratelli di tale casa devono esser detti non tanto accoglitori dei bisognosi, quanto piuttosto servi, e coloro che caritatevolmente distribuiscono ai poveri le cose necessarie, tra i poveri son davvero quelli bisognosi[4].

Guido impegnò tutti i suoi averi nella fondazione dell’ospedale, dando così un chiaro esempio di carità mossa dalla fede, come evidenzia il Saunier nel descrivere la radice più profonda dell’ispirazione del beato:

Spogliarsi della sua robba e havere, per vestirne altri è un atto tanto diverso e discordante dall’amor proprio, che nessuno così facilmente ne viene all’essecutione, se prima il Sole del divino amore non ha di lui gagliardamente riscaldato il cuore, perché essendo che per rinuntiare a sé stesso e sottomettersi volontariamente a persone vili e inferiori, sono necessarie altre forze che quelle dell’humanità, bisogna che i raggi della divina gratia siano oltremodo potenti[5].

Il campo di azione che a questo punto si apriva davanti a Guido era veramente immenso, e si trovò, per questo, nella necessità di coinvolgere altri che insieme a lui condividessero il medesimo spirito di servizio, «nuovi Atlanti a sostenere il peso di questo cielo». Nacque da qui l’ispirazione di fondare «una compagnia regolare, con peso di havere a seguire il suo incominciato disegno, obligandosi all’hospitalità e cura de gli infermi»[6]. Scrisse perciò una regola che prevedeva quattro voti solenni: povertà, castità, obbedienza ai quali aggiunse quello dell’ospitalità. Ottenne l’approvazione del vescovo ma anche una bolla pontificia, da parte di Innocenzo III, che confermava la regola e prendeva il neonato istituto sotto la diretta giurisdizione della Santa Sede[7]. Saunier nella sua opera non sembra però volersi concentrare prioritariamente sulle vicende istituzionali della fondazione, ma preferisce presentare la figura carismatica di Guido. Innanzitutto mette in evidenza come la scelta di dedicare l’opera al supremo patrocinio dello Spirito Santo sia stata la migliore possibile:

Non è necessaria molta filosofia per intendere il motivo di questa elettione di titolo, overo invocazione, perché si come il fine della di lui eretta congregatione, era il soccorso de poveri e l’essercitio dell’opere di misericordia, così non poteva eleggere più conveniente vessillo alla sua compagnia, di quello dello Spirito Santo, che è tutto amore, bontà e misericordia, non solo per essenza come il Padre e il Figlio, con i quali è un Dio, ma etiandio per la sua notionale e distinta proprietà, che però è detto il primo dono, fonte e distributore d’ogni gratia, Paraclito, o Consolatore e Padre dei poveri e afflitti, medico dell’humane infermità, e per conseguenza il vero gran protettore delle congregationi, e di quelli che si consacrano all’aiuto e consolatione de poveri e de gli infermi[8].

Di seguito si ricorda come la santità di Guido di Montpellier si fondasse su determinati aspetti che risaltavano con chiarezza dalla sua personalità. Il primo, che certamente risente della mentalità dell’epoca in cui l’autore scrive, viene indicato nella «nobiltà dei natali», ritenuta un fattore che predisponeva in qualche modo alla virtù. Nel suo caso, Guido eredita dalla casata dei signori di Montpellier e soprattutto dal padre, Guglielmo, la fedeltà alla Chiesa, la costanza della fede e una tradizione di famiglia «pia e religiosa verso la Vergine santissima»[9]. Il secondo elemento consiste nell’essere stato fondatore e legislatore di un ordine religioso; infatti «non opera Iddio alla cieca in far riuscire i suoi dissegni, o trova istromenti adatti, o gli fa tali»[10].

La regola da lui scritta documenta inoltre la fede, la carità e la speranza che ha vissuto e testimoniato. La carità è il cuore della fondazione da lui voluta:

lo dimostra con grande evidenza l’istituto da esso indirizzato all’essercitio di quasi tutte l’opere di misericordia, così corporali, come spirituali, per rinchiudersi in esso una cura speciale di soccorrere al bisogno di tutti i miseri, come di orfani, proietti, mendichi, donne pregnanti, peccatrici e altri, conforme più distintamente si può vedere nella sua regola[11].

La fede di Guido si manifestava in primo luogo come «gran riverenza e dipendenza verso il Pontefice» e nei confronti della Santa Sede, unita ad una seria osservanza della liturgia romana. La speranza che lo animava era tale da sostenerlo nel condurre avanti una «impresa così laboriosa e difficile» mantenendo costantemente lo sguardo fisso verso il premio eterno[12]. Guido esercitava queste sue virtù fondamentali attraverso una vita e condotta personale estremamente austera. Riferisce il Saunier

che il nostro Guido fusse contro di sé rigido, e partiale amico dell’austerità; ne habbiamo chiarissima e indubitata testimonianza di propria mano sottoscritta nella regola al cap. 23, dove obliga sé stesso a seguire la communione della mensa de frati, ancorché non solo egli fusse maestro generale, ma anco fondatore, il quale de iure e de consuetudine, è privilegiato e libero. Magister ad communem mensam fraternam semper comedat: queste sono le parole[13].

 

Tratto da Vignati, Marco, Santo Spirito in Sassia. Storia arte carità, Ares, 2026

 


[1] L’edizione italiana è Trattato del sacro Ordine di S. Spirito detto in Sassia di Roma, in cui si discorre della sua fondatione, Regola e Voti, e particolarmente del quarto voto, che è della Carità verso i poveri infermi. Opera Historica Morale postuma del Rev. Fra Pietro Saunier francese, Roma, per Giacomo Dragondelli, 1662.

[2] Trattato del sacro Ordine di S. Spirito, p. 3.

[3] Trattato del sacro Ordine di S. Spirito, pp. 12-13.

[4] Citate nella Lettera Apostolica in forma di «motu proprio» del sommo pontefice Francesco Fide incensus, con la quale viene concesso a tutti gli ordini, alle congregazioni e alle comunità che si ispirano al carisma di Santo Spirito in Sassia, il culto liturgico di fratel Guido di Montpellier, con il titolo di beato, 18 maggio 2024.

[5] Trattato del sacro Ordine di S. Spirito, p. 14.

[6] Ibidem.

[7] Bolla Religiosam vitam eligentibus, 25 novembre 1198. Migne, Patrologia Latina 214, 85-86.

[8] Trattato del sacro Ordine di S. Spirito, p. 16.

[9] Trattato del sacro Ordine di S. Spirito, p. 20.

[10] Ibidem.

[11] Trattato del sacro Ordine di S. Spirito, p. 23.

[12] Trattato del sacro Ordine di S. Spirito, p. 27.

[13] Trattato del sacro Ordine di S. Spirito, p. 28.