Testimoni
San Camillo de Lellis e il suo «diletto Spedale di S. Spirito»

San Camillo soccorre i malati del Santo Spirito durante l’inondazione,
Pierre Hubert Subleyras, 1746
San Camillo de Lellis fu ricoverato presso il Santo Spirito, nei primi anni della sua permanenza a Roma, e dopo la conversione volle spesso ritornare qui a prestare il suo servizio ai malati con quella totale dedizione che aveva segnato lo spirito della fondazione dell’Ordine dei Ministri degli Infermi[1]. Nella Regola dell’istituto si dice infatti: «ognuno domandi grazia al Signore che gli dia un affetto materno verso il suo prossimo acciocché possiamo servirlo con ogni carità così dell’anima come del corpo, perché desideriamo con la grazia di Dio servire a tutti gl’infermi con quell’affetto che suol avere una amorevole madre per il suo unico figliolo infermo». Sulla base di questa convinzione, negli ospedali i Camilliani hanno incarnato la misericordia di Cristo medico[2].
La biografia scritta dai Padri camilliani Sanzio Cicatelli e Pantaleone Dolera nel XVIII secolo racconta della sollecitudine che Camillo ebbe, sin dagli inizi della congregazione, verso il Santo Spirito:
Nata adunque la Congregazione colla Santissima Vergine, cominciarono i tre infervorati operaj a frequentare ogni dì lo Spedale di S. Spirito, dove con ferventissimo ardore di carità, secondo alcune brevi Regole da Camillo dettate, servivan gl'Infermi. Ad essi porgevano le vivande, rifacevano i letti, nettavan le lingue, gli esortavano alla pazienza, ed a ricevere con divozione i Sagramenti, suggerivano le proteste, raccomandavano l'anima; ed usavano infine tali atti di carità così intensa, che vano saria stato aspettarli da tutte le diligenze de gli ordinarj Serventi. Chiunque avea la ventura di vederli operare con tanta svisceratezza comprendea facilmente, che uomini di simil tempra non riguardavano l'uomo nell' uomo, ma per virtù di viva fede, e d'inesplicabile carità, servivano agli uomini, come alla Persona propria di Gesù Cristo impiagato, e languente; onde non era scarsa la maraviglia e l'edificazione, che cagionavano[3].
Il servizio al Santo Spirito era, per San Camillo, una vera e propria esperienza di Dio, come più volte e in diversi modi hanno testimoniato i suoi confratelli. Conosceva bene la struttura, avendo già prestato più volte servizio, e nel 1609 egli chiese ed ottenne dal Priore del Santo Spirito la disponibilità di una piccola stanza dove alloggiare per poter dedicare più tempo alla cura e all’assistenza dei malati e da allora iniziò, con regolarità, la sua presenza nelle corsie dell’ospedale. Di fatto egli trascorse gli ultimi cinque anni della sua vita abitando al Santo Spirito, che lasciò solo per qualche breve viaggio. Prima di tutto è importante considerare il valore spirituale che egli dava allo svolgimento della sua missione
Ritrovollo una notte il Compagno nello Spedale di S. Spirito genuflesso davanti un infermo, dicendo: Signore mio, anima mia, che posso far io per vostro servigio? Con altre parole così affettuose, e sì dolci, che davano apertamente a conoscere, che in quel poverello immaginava servire l'amato suo Redentore. Questa santa immaginazione lo rapiva, ed astraeva fuora de sensi per modo che qualche volta fu veduto col viso infiammato saltar, e ballare per gli Spedali senza avvedersi del suo trasporto: qualche altra volta colla scodella nella sinistra, nella destra il cochiajo, pendente qual' estatico senza poter trovare la bocca del malato cui doveva porgere il nodrimento. Lo rinvenne in tal positura uno de' nostri fratelli, ed accostandosi lo pregò che lasciasse a lui la cura di cibar quell' infermo, ma Camillo non udendo, nè rispondendo, seguitò buona pezza con volto ridente nella sua astrazione, o per meglio dire elevazione di spirito. Quando poi si riscosse, mandò per le labbra molti sospiri e per la lingua non poche espressioni d’interna inesplicabile divozione[4].
Che cosa significasse per lui personalmente servire i malati del Santo Spirito emerge, in modo ancora più diretto, in questo breve colloquio avuto con un medico, tal Bartolomeo Croce, che aveva incontrato un giorno in tarda serata. L’amico medico, che era anche un benefattore della congregazione, chiese a san Camillo dove andasse a quell’ora, e il santo rispose
che andava a spasso in un vago giardino colmo di fiori e di frutta situato in vicinanza di Castel Sant'Angelo. Ne concepì maraviglia il Signor Bartolomeo consapevole che non era in que' siti, nè poteva essere un tale giardino. Rispose in primo luogo Camillo alle di lui maraviglie con un sorriso; passò poi ad ispiegargli che quel giardino era lo Spedale di Santo Spirito, e lasciò quel Benefattore sommamente edificato. Interrogato pure da uno de' Nostri come se la passasse bene nello Spedale, in sembiante di stupito rispose: E come posso non istar bene nello Spedale stando nel Paradiso terrestre, con isperanza e caparra d'aver anco il Celeste? Era egli di naturale melanconico, e grave, ma entrato nello Spedale, come se quivi cangiasse l'indole, e'l temperamento, qual Cielo, che si rassereni allo sparir delle nuvole, sgombrata ogni oscurità diventava ad un tratto giulivo, comunicando a tutto quel santo luogo la gioja, che da lui ridondava[5].
Dai racconti dei suoi compagni possiamo inoltre ricavare il tenore di vita che san Camillo conduceva ordinariamente nelle sue giornate di servizio al Santo Spirito. Già da tempo aveva assunto uno stile di vita molto austero, abituandosi a dormire vestito il venerdì e il sabato per alzarsi più velocemente di notte. Cenava con una fetta di pane e mezzo bicchiere di vino, dormiva quattro o cinque ore per notte dopo le quali scendeva nelle corsie. Pregava per un certo tempo davanti al Santissimo Sacramento e poi visitava ogni letto per trovare prima di tutto se vi fosse qualcuno in serio pericolo di vita. Li assisteva con i sacramenti e poi li accompagnava negli ultimi istanti di vita, come facevano gli altri «raccomandatori di anime» presenti all’ospedale. Quindi ritornava a pregare per circa un’ora, spesso anche di più, e poi riprendeva a visitare i malati rifacendo i letti, portando coperte per scaldarsi in inverno, o acqua fresca in estate. Poi preparava una piccola refezione, con pane abbrustolito inzuppato nel vino, uova fresche, tisane o confetture, poiché non di rado trovava alcuni malati molto deboli o disidratati. Accompagnava i medici e lo speziale mentre distribuivano i farmaci, per aiutare chi soffriva di stomaco ad assumere il medicamento con qualche pezzo d’arancio e melograno. Quando si avvicinava l’orario in cui il cappellano sarebbe venuto a portare la Comunione, passava tra i letti a svegliare chi dormiva per «esortarli a stare preparati per ricevere con sentimenti di vera divozione così Divin Sagramento»[6]. Dopo la funzione, faceva un altro giro completo nelle corsie per cambiare le lenzuola o lavare i malati che ne avevano bisogno. Tutto ciò avveniva durante la notte. Allo spuntare del giorno si faceva sostituire da un confratello e si ritirava in stanza a pregare le Ore canoniche e a medicarsi la piaga ulcerosa alla caviglia che gli era comparsa ancora da giovane e che lo tormenterà per tutta la vita. In effetti la ferita causava spesso delle grosse difficoltà a Camillo: quando si svegliava spesso non aveva sensibilità nella gamba, ma combatteva questo disturbo, che considerava «astuzia del demonio per impedire il moto alla sua carità» picchiando con forza il piede sul pavimento. Per questo camminava con fatica e visitando i malati doveva appoggiarsi ai letti. Più volte cadde nel passaggio da un letto all’altro, una volta urtando il braciere posto al centro della sala dell’infermeria. Quindi, ormai in tarda mattinata, scendeva nuovamente in ospedale e celebrava la Messa; concluso il ringraziamento, tornava a visitare le corsie e aiutava gli inservienti a portare il cibo ai malati. Poi andava alla chiesa della Maddalena, ormai diventata la sede della congregazione, ma portando dentro di sé «tale smania di rivedere l’amato suo centro dello Spedale», quello che i biografi chiamano «il suo sì diletto Spedale di S. Spirito»[7].
Tratto da Vignati, Marco, Santo Spirito in Sassia. Storia arte carità, Ares, 2026
[1] Vincenzo Martines, San Camillo de Lellis e i ministri degli infermi, in Atti e memorie dell’Accademia dell’Arte Sanitaria, 3-4(2013), pp. 175-181.
[2] Leone XIV, Esortazione Apostolica Dilexi te, 50.
[3] Vita di San Camillo de Lellis, fondatore della Religione de Chierici Regolari Ministri degli Infermi descritta dal P. Sanzio Cicatelli, rivista ed accresciuta dal P. Pantaleone Dolera, in Roma, 1746, appresso Barnabò e Lazzarini, p. 30. La biografia fu scritta in occasione della canonizzazione, completando l’edizione precedente che il P. Cicatelli aveva pubblicato l’anno successivo alla morte del fondatore.
[4] Vita di San Camillo de Lellis, p. 170.
[5] Vita di San Camillo de Lellis, p. 172.
[6] Vita di San Camillo de Lellis, p. 119.
[7] Vita di San Camillo de Lellis, p. 135.