Testimoni
San Giovanni Bosco

Il Beato Pio IX e San Giovanni Bosco
Nel XIX secolo l’espansione delle dimensioni e delle funzioni del Santo Spirito richiede un ulteriore aumento dell’assistenza religiosa. Una speciale commissione di cardinali, costituita da papa Gregorio XVI per il governo del Santo Spirito, decise di affidare la cura religiosa del Conservatorio delle Esposte, che erano stabilmente più di 400, alle Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret. Il 20 settembre 1844 le religiose iniziavano il loro servizio che in seguito, per volere di Pio IX, si allargò anche all’assistenza dei malati ricoverati nelle corsie[1].
Pio IX decise di intervenire per riorganizzare meglio il gran numero di sacerdoti e religiosi che gravitavano nell’ambito dell’ospedale. Procedette alla soppressione dell’ordine di Santo Spirito, nel 1847, affidando la cura spirituale dei malati inizialmente ai Padri Camilliani. In seguito l’incarico venne assegnato ai Francescani Cappuccini e ad una congregazione di laici, da loro diretta, di terziari cappuccini «Fratelli Ospedalieri di Maria Santissima Immacolata», detti comunemente «Concettini», fondati nel 1857. Il lavoro di cui i Concettini erano incaricati diventava sempre più vasto, e questo causò delle difficoltà nel trovare nuovi membri e dare loro una preparazione adeguata, soprattutto sul piano religioso. Pio IX pensava fosse necessario, per il bene di questo nuovo istituto, correggere alcuni aspetti dei loro statuti e delle regole, soprattutto in quanto riguardava l’aspetto formativo, e chiamò a svolgere questo compito san Giovanni Bosco, del quale, come è noto, aveva grandissima stima. Don Bosco rivestì, tra il 1876 e il 1877 l’incarico di Visitatore Apostolico del Santo Spirito per le cose spirituali, affiancando il Commendatore. Il lavoro di Don Bosco, a dire il vero, incontrò non poche difficoltà, ma le proposte di riforma che egli avanzò e che furono approvate dal Santo Padre permisero ai Concettini di risolvere alcune difficoltà interne ed esterne e avere una maggiore libertà di svolgere il compito specifico per il quale erano stati fondati[2].
Pio IX nel 1850 decise di riunire gli istituti ospedalieri della città sotto un’unica direzione, per affrontare meglio il costante aumento delle richieste di prestazioni mediche che la crescita demografica di Roma presentava. Nel 1853 il Papa fa personalmente visita all’ospedale per incontrare i malati ricoverati a seguito della carestia e della successiva epidemia di colera. Il Santo Spirito si trova coinvolto nella battaglia di Porta Pia prestando soccorso ai feriti, sia ai militari pontifici che ai soldati del regio esercito, inclusi quelli colpiti dalla malaria nel corso del soggiorno in campagna prima della battaglia[3].
Nel dicembre del 1870 il nuovo governo emana la legge sulle Opere Pie che vengono sottratte all’autorità ecclesiastica e poste sotto la competenza dello Stato. Quando la legge fu estesa anche alla città di Roma, i Cardinali delle diocesi suburbicarie scrissero una dura lettera di protesta, ma il ministro Padda rispose che «le dottrine contenute nel memoriale dei cardinali paiono essere contrarie al diritto pubblico»[4] e che non potevano quindi essere accettate. L’assistenza religiosa rimase tuttavia garantita, almeno in un primo tempo. Alla fine del 1870 si verificò una gravissima alluvione, con il Tevere che raggiunse una piena di più di 9 metri al di sopra del livello ordinario; l’acqua entrò con violenza anche al Santo Spirito, e tutto il personale si impegnò nel portare in salvo i pazienti. In questo intervento, si distinsero i religiosi presenti, sia i Fratelli Concettini che i Cappuccini; il Segretario dell’ospedale scrisse, alcuni giorni dopo, una relazione al Commendatore evidenziando che «i cappellani, denudati o bagnati fin sopra il ginocchio, presi a braccio i malati, trafelati di sudore e fatica, nulla prezzando la propria vita, tutti li condussero a salvamento»[5]. L’episodio, che poteva essere considerato ordinario, trattandosi dell’adempimento del dovere di assistenza, fu però molto importante per tacitare le voci di coloro che già parlavano della necessità di eliminare cappellani e religiosi dall’ospedale. Il nuovo Commissario statale degli Ospedali, avvocato Diomede Pantaleoni, aveva già scritto, in ottobre, al Commendatore, Mons. Ricci, «che i Fratelli Ospedalieri sono la peste dello stabilimento e devono espellersi, come anco i Cappuccini»[6]. E così, quando nel 1873 fu emanata la legge di soppressione delle Corporazioni Religiose, divenne evidente che i cappellani non avrebbero più avuto la possibilità di rimanere. Furono tollerati per un certo periodo come singoli volontari il cui servizio era però soggetto a forti limitazioni. Il Commissario Pantaleoni, e, dopo di lui, il Direttore, dott. Achille Ballori, presero infine provvedimenti drastici. Il Ballori, medico, introdusse una concezione di vita dell’ospedale che non lasciava dubbi: vietò il rosario e le altre preghiere, come l’Angelus, che si recitavano comunitariamente. Minacciò di espulsione i cappellani se avessero assistito e esortato i malati «agli atti di religione» senza essere stati espressamente convocati e autorizzati. Cercò inoltre tutti i pretesti per poter eliminare i Concettini. E infatti pochi anni dopo, nel clima culturale sempre più ostile al cattolicesimo che coinvolgeva anche Roma capitale d’Italia[7], i Concettini vengono espulsi dall’ospedale, nel 1890. Essi uscirono, narrano le cronache, per l’ultima volta, in processione, dietro alla croce cantando il Magnificat. Le nuove disposizioni per gli ospedali di Roma, emesse dal Ballori, prevedevano la rimozione delle immagini sacre e il divieto di «parlare di Dio agli ammalati». Si era nel clima della Roma post-unitaria, determinato da figure eminenti della massoneria che sostituiscono le personalità risorgimentali, In questo passaggio, come ha commentato Arturo Carlo Jemolo, si perdono le grandi idealità e i progetti sociali degli anni dell’unificazione e «risuonano solo le voci di un anticlericalismo becero e scurrile»[8].
Tratto da Vignati, Marco, Santo Spirito in Sassia. Storia arte carità, Ares, 2026
[1] Pietro de Angelis, L’ospedale apostolico di Santo Spirito in Saxia nella mente e nel cuore dei Papi, p. 150.
[2] La vicenda si trova narrata in Eugenio Ceria, Memorie Biografiche del Beato Giovanni Bosco, Torino, SEI, 1932, vol. XIII, pp. 494-508, e vol. XIV, pp. 46-63.
[3] Silvia Mattoni, Massimo Mongardini, Marco Scarnò, L’Arcispedale Santo Spirito in Saxia. L’assistenza sanitaria nel più grande spedale dell’Urbe, Roma, Aracne, 2011, p.64
[4] Silvia Mattoni, Massimo Mongardini, Marco Scarnò, L’Arcispedale Santo Spirito in Saxia, p. 65.
[5] Silvia Mattoni, Massimo Mongardini, Marco Scarnò, L’Arcispedale Santo Spirito in Saxia, p. 66.
[6] Silvia Mattoni, Massimo Mongardini, Marco Scarnò, L’Arcispedale Santo Spirito in Saxia, p.68.
[7] Si veda, per un quadro generale, Giacomo Martina, Roma, dal 20 settembre 1870 all’11 febbraio 19129, in Roma, città del Papa. Storia d’Italia, Annali, 16, Torino, Einaudi, 2000, pp. 1061-1100.
[8] Citato in Aldo Alessandro Mola, La massoneria universale nella debellatio dello Stato Pontificio (1815-1910): realtà e mito, in La breccia di Porta Pia. Raccolta di studi nel 150° anniversario (1870-2020), Libreria Editrice Vaticana, 2022, p.283.