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Testimoni

Santa Agostina Pietrantoni

In un simile contesto era arrivata, nel 1887 a svolgere il suo servizio in ospedale, suor Agostina Pietrantoni, religiosa della congregazione delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret[1]. Assiste quindi alle vicende dell’espulsione dei Concettini e, insieme alle sue consorelle, cerca il modo di adattarsi alla situazione di ostilità alla religione che si era creata. Appena arrivata, a 23 anni, fu assegnata al reparto di pediatria, dove sapeva muoversi bene, abituata come era a prendersi cura dei fratelli più piccoli. Livia (era il suo nome di battesimo) era infatti la seconda di 11 figli, e tra i 7 e gli 11 anni di età, per aiutare economicamente la famiglia, aveva anche lavorato come manovale nei cantieri stradali della strada provinciale di Viterbo. Veniva da una famiglia nella quale, come disse un testimone, «tutti badavano a far bene e si pregava spesso».

La fatica non la spaventava, ma quando fu trasferita nel reparto degli adulti si trovò ad avere a che fare con persone molto più difficili e soprattutto pericolose; un medico che lavorava con lei testimoniò: «sempre dolcissima, si prestava a fare non solo quello che era suo dovere, ma anche di più e molto volentieri; pronta, umile, ilare». Nel 1889 si ammalò di una grave malattia infettiva, dalla quale però sorprendentemente guarì. Scrisse poi ai genitori: «Miei carissimi genitori, qualche mese fa sono stata gravemente inferma; io dovevo morire ed essere tolta per sempre al vostro affetto, alla vostra tenerezza. In quale dolore sareste oggi immersi se ciò fosse avvenuto! Ma no, non vogliate affliggervi e con me date lode a Dio poiché al presente, per grazia speciale di Maria santissima non solo sono guarita, ma ho acquistato ancor più salute di prima. Date, dunque, lode al buon Dio e unitevi a me per ringraziarlo di tanto favore concessomi senza mio merito». Chiese quindi di rimanere stabilmente assegnata al reparto di malati di tubercolosi. Un testimone oculare ricorda di lei: «alla sera, prima di ritirarsi, non mancava di accostarsi al letto dei più gravi e dei più pericolosi; raccomodava loro i guanciali e diceva loro qualche buona parola. Accadeva talvolta che ammalati strani o scontenti le facessero qualche sgarbatezza, come gettare a terra il piatto delle vivande o perfino addosso a lei. Anche in questi casi suor Agostina non perdeva la pazienza e non li trattava severamente». Un giorno, per aver sequestrato un coltello a un degente, fu aggredita e bastonata, tanto che le consorelle iniziarono a temere per lei. «Siamo molto esposte, ma il Signore ci custodisce» rispose suor Agostina «e perciò non dobbiamo trascurare il nostro dovere di carità per sfuggire il pericolo, dovesse pure costarci la vita... Dobbiamo aspettarci tutto. Gesù fu trattato così».

Riuscì col tempo a nascondere in uno sgabuzzino un’immagine della Vergine, che ogni giorno, adornava di fiori e di piccoli biglietti, alcuni dei quali si sono conservati: «Madonna Santissima,» leggiamo in uno di essi «consolate, calmate, convertite voi quell’infelice a cui io non posso parlare». Al letto dei moribondi, testimoniarono alcuni, «faceva la parte del sacerdote che non poteva essere chiamato. Vi passava ore ed ore ininterrottamente e il moribondo dimostrava di gradire la sua presenza, le sue parole di conforto, di pace, di ricordi e di persone care». Anche quando contrasse la tubercolosi, chiese con insistenza alla superiora il permesso di restare al suo posto: «Mi lasci tra i tubercolosi! Ci sono abituata. Se viene un’altra a sostituirmi, prende il male lei pure, e così siamo due vittime invece di una sola. Il Signore sa quello che conviene all’anima mia, e se vuole mi guarirà». Ebbe poi a che fare con un degente particolarmente pericoloso, un certo Giuseppe Romanelli, pregiudicato che, quando fu espulso dall’ospedale, incolpò suor Agostina e uscendo, le consegnò un biglietto: «Suor Agostina, non ti resta che un mese di vita, morirai ammazzata dalle mie stesse mani». La mattina del 13 novembre 1894 l’assassino, che era inspiegabilmente riuscito a rientrare in ospedale nonostante la denuncia sporta contro di lui dal direttore, l’attese in un corridoio buio che portava verso la dispensa. Tre colpi alla spalla, al braccio sinistro e alla giugulare, prima che potesse rendersi conto di ciò che accadeva. Poi, dopo una colluttazione con l’unico testimone della scena, Romanelli le infisse il pugnale nel petto. «Madonna mia, aiutami», furono le sue ultime parole. Aveva compiuto 30 anni nel mese di marzo.

Il giorno delle esequie di suor Agostina, la folla fu così numerosa che a Roma si bloccò la circolazione sulle strade. Ne dà notizia Il Messaggero del 16 novembre 1894: «Mai spettacolo più imponente fu visto in Roma. Fin dall’una di pomeriggio le adiacenze dell’ospedale di Santo Spirito e tutte le strade per le quali si credeva dovesse passare il corteo erano affollate di gente a segno di rendere difficoltosa la circolazione». Migliaia di persone si assieparono ai cigli delle strade, inginocchiandosi al passaggio della salma. «E non era la solita lunga fila di soldati allineati, la folla dell’ufficialità dai colori rari e smaglianti», commentava il cronista del Tempo: «Era il popolo tutto; era la Roma del popolo; era la gentile, caritatevole santa Roma che dava l’ultimo saluto a colei che, sacrificando palpiti, pensieri, vita si era data angelicamente alla carità, al sollievo dei miseri...». Sul carro funebre spiccava la corona dei fiori della comunità israelitica, che recava scritto: «Alla martire della carità». Nella cronaca romana de «La Civiltà Cattolica» si sottolinea il clima di unità e concordia che si respirava durante le esequie e lungo il percorso del corteo funebre. La cerimonia, iniziata con la messa nella chiesa di Santo Spirito, con i canti del coro della Sistina, aveva percorso la città fino a san Lorenzo. Un rito veramente «religioso», sottolineava la rivista dei gesuiti: «Il dire che essa fu d'indole religiosa, non significa già che nel corteo non vi fossero anche persone e società non cattoliche; ma la forma religiosa, riunendo quel giorno tutta quell’interminabile processione e la moltitudine assiepata intorno, ne faceva quasi un tutto omogeneo senza distinzione, e tutti s'intesero allora cristiani e si associarono alla preghiera che clero, confraternite e fedeli a voce alta recitavano. Il Governo e il municipio concorsero anch'essi agli ultimi onori di Suor Agostina»[2]. A conferma della grande impressione che la testimonianza di suor Agostina aveva suscitato, la rivista dei gesuiti pubblica il sorprendente commento comparso sul quotidiano Il Fanfulla, giornale satirico di orientamento liberale:

Suor Agostina fu di quella schiera elettissima che combatte senza tregua, che non domanda agli uomini il premio delle vittorie riportate, che vince oscuramente e oscuramente muore, per lasciare il posto ad altre impazienti che accorrono, vogliose anch'esse di combattere, di vincere e di morire, pronte alle contumelie e agli oltraggi dei dissennati e dei malvagi, sorridenti tranquille al pericolo, impavide e rassegnate contro le balorde persecuzioni e gli odii non meno balordi del fanatismo laicale. Alla parte sana del popolo faceva meraviglia sentir propugnare la necessità di liberare gli asili del dolore e della morte dall'influenza delle Suore. Dall'accanimento della scienza officiale a voler distruggere ogni senso di gentilezza al capezzale degli infermi, trapelava un non so che di raffinata ferocia, che accresceva naturalmente la istintiva repugnanza del povero ad entrare in uno spedale. Ed ecco che , alla notizia di un incredibile misfatto che riempie d'orrore un'intiera città, una sdegnosa protesta, un grido d'indignazione si levano da ogni parte, e quel grido e quella protesta significano assai più del legittimo compianto per la infelicissima vittima: vogliono dire che l'anima del popolo è con le compagne tutte della Suora crudelmente uccisa , vogliono significare che, non ostante le superbe ostentazioni di disprezzo per queste umili e infaticabili combattenti, esse hanno ancora tutto il fascino, tutta la poesia, tutta la sublime grandezza degli esseri sacri al martirio[3].

In seguito alle sempre più numerose testimonianze di guarigioni straordinarie, fu aperto il processo canonico che portò alla beatificazione, celebrata da Paolo VI il 12 novembre 1972 e alla canonizzazione, di Giovanni Paolo II, il 18 aprile 1999. La memoria liturgica è fissata per il 13 novembre

L’atto liturgico e ufficiale che noi ora abbiamo compiuto ci riempie di ammirazione e di commozione, che superano la capacità espressiva del linguaggio ordinario, e narrando una storia, che pare leggenda, tanto è semplice, limpida, pura, amorosa, e alla fine tanto è dolorosa e tragica, anzi, ancor più, tanto è simbolica, la parola vorrebbe farsi canzone, come quella che lascia intravedere il profilo di una fanciulla innocente, di una vergine candida e taciturna, di una sposa votata all’Amore assoluto, d’una donna forte, che fa dono della propria vita alla carità dei poveri e degli infermi, d’una vittima inerme del proprio quotidiano eroico servizio, paga che a soli trent’anni si compia il suo intimo voto di fare della propria vita martirio a Gesù, testimonianza a quanti hanno occhi per vedere, cuore per comprendere, a noi, dunque, a noi tutti. […] Il programma non era nuovo nella Chiesa; l’ospedale di Santo Spirito, primo nel suo genere, lo attesta; e qui, eredi d’una tradizione secolare, le Suore della Carità trovarono un campo di lavoro estremamente fecondo di dolore umano, di perizia medica e di amore evangelico. Qui Agostina ebbe ciò che desiderava: consumarsi nel sacrificio di sé per il bene del prossimo sofferente; qui condivise con i suoi malati tubercolotici la loro condanna, allora inguaribile, qui per sette anni si prodigò, umile, gentile, indefessa, col presentimento, anzi col preannuncio, della sua perfida e tragica fine: il 13 novembre 1894. Roma allora si scosse, ritrovò il suo epico fervore, e tributò all’ignota Agostina, vittima del suo dovere, del suo amore a Cristo ed alla sofferenza degli altri, un improvviso trionfo. Sì, è il giorno della Suora di Carità, e di quante Religiose, con pari pietà religiosa, con pari cuore generoso s’immolano fino a totale sacrificio di sé, per la vita e per la morte, sull’altare di Cristo con la formula evangelica sua propria: servire per amore, sacrificarsi per il bene altrui, nulla chiedere per sé, se non quel centuplo, che solo la vita oltre questa vita garantisce per l’eternità. Onoriamo Agostina e quante figlie della santa Chiesa, con analoga oblazione, fanno sacrificio di sé per conforto dell’umano dolore. Invitiamo il popolo a riconoscere in queste povere e grandi donne, le più pure, le più valenti, le più buone figlie della nostra terra[4].

Nella cappella del Crocefisso si trova attualmente il monumento funebre di suor Maria Agostina Pietrantoni, uccisa in ospedale nel XIX secolo, beatificata da Paolo VI nel 1972 e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1999.

  

Tratto da Vignati, Marco, Santo Spirito in Sassia. Storia arte carità, Ares, 2026

 


[1] Breve profilo biografico sul sito del Dicastero delle Cause dei Santi: www.causesanti.va/it/santi-e-besti/agostina-livi-pietrantoni.html; un approfondimento nell’articolo di Giovanni Ricciardi, Una piccola suora pronta, umile, ilare, in “30 giorni”, 4, 1999.

[2] “La Civiltà Cattolica”, 1894, quaderno 1067, p. 617.

[3] Ivi, p. 619.

[4] Paolo VI, Omelia nella solenne beatificazione di Suor Agostina Pietrantoni, 12 novembre 1972.