Testimoni
Sant’Ignazio di Loyola e il servizio negli ospedali

Sant’Ignazio e San Filippo Neri in preghiera, dipinto della metà del XVII secolo
I gesuiti svilupparono al loro interno, sin dagli inizi, una speciale sensibilità e attenzione verso i malati, derivata dalla grande sollecitudine che S. Ignazio aveva sempre dimostrato verso la salute dei confratelli. Come del resto negli altri campi del sapere scientifico, anche nella medicina non mancò l’impegno attivo della Compagnia, se pur la disciplina non fu mai inserita nel percorso formativo codificato nella Ratio Studiorum. Il testo delle Costituzioni, invece, sottolinea la necessità di mantenere il corpo con una giusta cura perché sia sempre in grado di svolgere il proprio compito a servizio della missione[1]. Queste cautele, ordinarie nella mentalità dell’epoca, assumono una rilevanza nuova quando nella Compagnia entra un medico già affermato, lo spagnolo Balthasar de Torres, profondo conoscitore anche della matematica e dell’astronomia. Accettato nell’ordine nel 1553, oltre ad insegnare al Collegio Romano, diede anche un forte impulso all’attenzione verso la medicina. A lui Ignazio diede l’incarico di organizzare un’infermeria interna e poco dopo anche una spezieria. Il progetto era considerato molto importante dal fondatore, che pensava di aprirne delle altre; il biografo Ribadeneira riferisce che a chi gli obiettava che nella Chiesa c’erano altre priorità per le quali destinare fondi ed energie, il santo aveva risposto: «la salute di uno solo dei miei fratelli per me vale più di tutti i tesori del mondo»[2]. Nella compagnia si stabilì quindi l’abitudine a fare abitualmente ricorso ai medici e alla loro professionalità, non soltanto per le cura immediate ma anche per avere consigli sulla salubrità e la qualità delle acque dei luoghi dove ci si voleva stabilire, oppure sulla condotta alimentare e le norme igieniche da indicare ai membri. Tra i consulenti più ascoltati, a Roma, vi era il dottor Alessandro Petroni, medico del Santo Spirito e medico personale di papa Paolo IV. Il dott. Petroni prese in cura anche S. Ignazio nell’ultimo periodo di vita.
L’inserimento del servizio negli ospedali all’interno del percorso formativo dei candidati gesuiti proviene da questa particolare attenzione verso la medicina che Ignazio aveva più volte espresso. Lui stesso si occupava di assistere i malati che abitavano nella Casa Professa e aveva imparato, a tal scopo, anche a praticare lui stesso la flebotomia. Insieme al segretario, Juan de Polanco, aveva redatto dei brevi testi, i regimina sanitatis, che contenevano indicazioni e regole per la salute personale, e che dimostrano, da parte sua, una notevole conoscenza delle nozioni dietetiche e di nutrizione disponibili all’epoca, unite al discernimento che ne permetteva il sapiente adattamento alle necessità della persona alla quale venivano indirizzate[3].
Si può quindi capire perché sant’Ignazio desse grande importanza, nella formazione dei novizi, al tempo di servizio presso gli ospedali. Questa prova era stata inizialmente prevista con la durata di un mese intero, durante il quale i novizi dormivano presso gli ospedali e si ponevano nell’obbedienza diretta ai Rettori degli Istituti. Questi ultimi scrissero più volte ai Superiori della Compagnia affinché mantenessero la presenza dei novizi perché il loro servizio era estremamente prezioso, non soltanto per il lavoro concreto che svolgevano, ma anche per l’esempio che davano a tutti gli altri dipendenti. Si trattava di una prova ritenuta molto impegnativa, tanto che Sant’Ignazio stesso decise che il superiore potesse, a suo giudizio, renderla più mite per alcuni candidati limitando l’orario di servizio giornaliero; i racconti contenuti nelle cronache dei primi anni della presenza della Compagnia di Gesù a Roma sono in effetti molto espliciti nel presentare l’intensità del lavoro svolto sia al Santo Spirito e poi più tardi, prevalentemente al San Giacomo e a Santa Maria della Consolazione. Singolare è la descrizione contenuta nella biografia del fiammingo Cornelio Vishaven, candidato accettato nella Compagnia nel 1547 già da sacerdote, e assegnato, quarantenne, al periodo di servizio negli ospedali:
Egli, più tosto che avere un numero speciale di malati, cui prestare le sue cure, pare fosse come deputato ad accorrere per ogni stanzone di qua e di là, di su e di giù secondo il bisogno; di guisa che gli rimaneva libero a stento un tantin d' ora da rifocillarsi, e spesso dall'incessante moto, non ostante la stagione invernale, era tutto molle di sudore. Anche alla corsia delle donne, capace di venticinque letti, separata dall’ospedale, come fu finchè rimase aperto, si estendeva il suo umile servigio, e vi portava legna, cibo, da bere e quant'altro occorresse. Da tutte queste fatiche solo una volta nella settimana gli era concesso di riposare l'intera notte; gli altri sei giorni sempre in veglia fino alle ventiquattro del nostro moderno orologio, allorquando, destato il compagno Pascasio a dargli il cambio, si gittava a prendere quel po’ di sonno che gli rompeva tosto il levarsi la mattina molto per tempo con tutti gli altri, come se non avesse vegliato sino alla mezza notte. A maggiormente provarlo aggiungevasi il morso di una fame disperata: uomo di alta e forte complessione e avezzo a nutrimento non misurato , com'è proprio dei paesi freddi, il pane che riceveva non gli bastava al bisogno; onde il poveretto s’aspettava d'avere a morirsi nell’ospedale; e già per questo timore e lui e il compagno, con l’agio che loro ne porgeva l'officio di becchini d 'ogni dì , si erano scelto e indicato a vicenda nel cimitero dei poveri il luogo del loro riposo, convenendo che a chi prima se ne morisse, l'altro avrebbe reso quell'ultimo pietoso segno di amor fraterno[4] .
Va ricordato inoltre che i membri della Compagnia svolgevano, all’interno dell’ospedale, le mansioni più umili: nel caso del Vishaven e del suo compagno, fratel Pascasio, che era cuoco di professione, oltre ai compiti già descritti avevano l’incarico di scavare le fosse e seppellire quelli che morivano in ospedale. Non potevano in alcun modo praticare la «arte medica»; vi era infatti una norma che vietava a chi era nello stato sacerdotale di compiere azioni curative che provocassero il contaminante versamento di sangue, salvo eccezionale permesso del papa. Il concilio Lateranense IV (1215) aveva formulato una esplicita condanna della figura del sacerdote chirurgo: «i suddiaconi, i diaconi, i sacerdoti non esercitino neppure l'arte della chirurgia che comporta ustioni e incisioni»[5] . La licenza concessa ai chierici da Gregorio XIII nel 1576 chiariva che la proibizione riguardava soltanto i ministri ordinati ed era da intendere limitatamente alle pratiche chirurgiche, e non all’esercizio della professione medica in genere[6]. Il servizio negli ospedali permise ai gesuiti di entrare a contatto con il mondo delle opere caritative e assistenziali di cui Roma era particolarmente ricca. L’incontro con tante necessità e persone spinse lo stesso S. Ignazio a fondare poi molte altre opere per venire incontro alle tante forme di bisogno che la popolazione della città presentava[7].
Tratto da Vignati, Marco, Santo Spirito in Sassia. Storia arte carità, Ares, 2026
[1] Elisa Andretta, Medicina e comunità religiose nella Roma del secondo Cinquecento. Il caso dei Gesuiti e degli Oratoriani, p. 121.
[2] Elisa Andretta, Medicina e comunità religiose nella Roma del secondo Cinquecento. Il caso dei Gesuiti e degli Oratoriani, p. 122.
[3] Elisa Andretta, Medicina e comunità religiose nella Roma del secondo Cinquecento. Il caso dei Gesuiti e degli Oratoriani, p. 135.
[4] Pietro Tacchi Venturi, La prova dell’indifferenza e del servizio negli ospedali nel tirocinio ignaziano, in Archivium Historicum Societatis Jesu, I, 1932, pp. 7-22.
[5] Concilium Lateranense IV, 1215, canon XVIII, in Johannes Dominicus Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, volume 22, Venezia, Apud Antonio Zatta, 1778, p. 1007.
[6] Darrel Amundsen, Medieval canon law on medical and surgical practice by the clergy, in Bulletin of the History of Medicine, 52 (1), pp. 22–44.
[7] Pietro De Leturia, Origine e senso sociale dell’apostolato di S. Ignazio di Loyola in Roma, in Miscellanea Pio Paschini. Studi di Storia ecclesiastica, vol. II, Roma, 1949, pp. 223- 249.